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ELEVATO KNOW HOW TECNICO

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ELEVATO KNOW HOW TECNICO

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UDICER ha una grande conoscenza e abilità tecnica in campo nautico/navale tanto da aver ottenuto sia la notifica europea per la direttiva sul diporto 2013/53/UE sia per la direttiva sui prodotti navali MED 2014/90/UE. Il nostro Organismo è stato anche scelto dalla Repubblica di San Marino come Ente tecnico per gli yacht di qualsiasi dimensione (pure oltre 24 metri), senza limitazioni di stazza.

20 ANNI

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20 anni d’esperienza nel campo della CERTIFICAZIONE NAUTICA. 20mila CERTIFICATI DIPORTO EMESSI

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I NOSTRI TECNICI

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I surveyors UDICER sono debitamente qualificati dalla nostra struttura interna UNTT® (Udicer...

I NOSTRI TECNICI

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I surveyors UDICER sono debitamente qualificati dalla nostra struttura interna UNTT® (Udicer Nautical Tech Training) e operano in tutta Italia. Fuori confine: Croazia, Grecia, Malta, Francia, Spagna Cipro, Tunisia, Principato di Monaco, Cina, Emirati Arabi.

30 Aprile 2019

Sul soccorso in mare

Un dovere civico e morale

Prestare il soccorso al naviglio, alle cose e alle persone, che sono sotto il pericolo di “perdersi”, è innanzitutto un dovere civico e morale; chiunque quest’azione non dovesse sentirla come tale, può evitare di avventurarsi in mare il quale, sicuramente, si compiacerà di fare a meno della sua presenza.

Ma il soccorso è anche un obbligo di legge, stabilito dalle convenzioni internazionali e dal nostro codice della navigazione.

Questa premessa è necessaria perché la situazione internazionale, a proposito dei profughi e dei migranti, delle barche della disperazione che si muovono verso le nostre coste, rende più probabile anche per i diportisti l’evenienza di trovarsi a intervenire in azioni di salvataggio di naufraghi. E’ la triste cronaca di questi tempi che ci spinge a riflettere sull’argomento.

Ma in questa breve nota, non discuteremo sulla gestione della sicurezza in caso di ritrovamento e/o recupero delle persone in mare: i comandanti delle unità da diporto dovrebbero sapere affrontare anche queste situazioni, pur rendendoci conto che non è assolutamente facile amministrarle.

Qui, valutiamo le disposizioni di legge, le condotte lecite o illecite, soprattutto alla luce dei timori che si sono innescati circa la possibilità che il soccorso in mare, con lo sbarco dei recuperati nel territorio italiano, possa tradursi, nel caso dei “naufraghi della speranza”, nel reato di “favoreggiamento all’immigrazione clandestina”, previsto dal Testo unico sull’immigrazione” (D. L.vo 286/1998 e succ. mod.).

Ci sono stati alcuni episodi per il passato, anche eclatanti, sebbene sporadici, ripresi dalle tivù e dai quotidiani, di cui si sono resi protagonisti alcuni amministratori della Giustizia, a nostro parere, ottusi, poco conoscitori delle leggi marittime e del diritto internazionale, che hanno ipotizzato questo reato a carico di qualche comandante di moto-pesca, soccorritore, appunto, di persone poi rivelatesi “clandestini”.

Tutto è ora rientrato, però, nell’alveo di una equilibrata normalità giuridica e quindi questo pericolo non dovrebbe più sussistere.

Di fatto, il recupero di naufraghi entro le acque territoriali italiane e lo sbarco a terra degli stessi non trova neppure “opposizione” da parte del “Testo unico sull’immigrazione” che, sebbene all’art. 12, comma 1°, preveda:

“Articolo 12

Disposizioni contro le immigrazioni clandestine.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, in violazione delle disposizioni del presente testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa di 15.000 euro per ogni persona”; al successivo comma 2°, con riguardo al tema che stiamo trattando, esclude il reato:

“2. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 54 del codice penale (di seguito riportato. N.d.R.), non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”.

E il codice penale, fa appello allo “stato di necessità”:

“Articolo 54.

Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.

Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo.

La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo”.

Ma anche fuori dai confini nazionali, in mare aperto, l’operazione di soccorso in mare non può essere in alcun modo inibita e/o “sanzionata”.

Si deve tenere in debito conto che la Convenzione di Montego Bay, del 10 dicembre 1982 (UNCLOS – United Nations Convention on the Law of the Sea), tra i primi l’Italia ad avervi aderito, è la fonte primaria del diritto del mare internazionale. Ad essa non sono sovrapponibili normative interne (e comunitarie) di nessun genere, nemmeno quelle che fanno capo al contrasto della c.d. immigrazione “illegale”.
L’articolo 98 della Montego Bay (pienamente assunto nel nostro diritto interno) cui si collegano altre importanti convenzioni internazionali in merito al tema del soccorso in mare, come la SOLAS (Safety of Life at Sea), SAR (Search and Rescue), la Convenzione di Londra 1989, ecc., è la guida cui qualsiasi comandante deve fare riferimento, senza temere che il suo operato possa essere messo in discussione da normative secondarie, come il citato Testo unico sull’immigrazione.

Articolo 98

Obbligo di prestare soccorso 1. Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa; c) presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual è il porto più vicino presso cui farà scalo. 2. Ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali.


Non vogliamo nascondere che la questione trattata sia abbastanza complessa dal punto di vista del diritto e la continua evoluzione delle contingenze internazionali, gli intrecci normativi e la “stabilità” e coerenza degli indirizzi politici non rendono le cose più facili.

In ogni caso, sono tutti fattori “esterni” che non possono produrre alcun dubbio o anche il minimo tentennamento sulla necessità e il dovere di azioni umanitarie, come il salvataggio di naufraghi, laddove queste, inaspettatamente, occorressero.



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